Voto: 7.3
Un padre che vuole insegnare a non essere perdente con i suoi corsi di autostima, senza accorgersi della propria frustrazione latente, una madre insoddisfatta del marito, uno zio che ha cercato di suicidarsi, un nonno che pippa cocaina, un fratello che non parla da 9 mesi come prova di volontà fino a quando non entrerà in accademia aeronautica, mentre legge Nietzsche e poi lei, Olive (ditemi, non è stupenda?), che parteciperà al concorso di Piccola Miss California per essere come Miss America.
Storia di un viaggio in autostrada - sì, d'accordo, il più classico dei cliché 'on the road', ma stavolta con una pura follia da bambina, qualcosa tra Fandango e Thelma e Louise - che apre alla scoperta dei membri di una famiglia in un pulmino Wolksvagen (alias Volkswagen) senza marce, fra riviste porno, desideri, blocchi notes e le pagine di Così parlò Zarathustra.
Perché, in fondo, tutti facciamo finta di essere normali. ps. c'eranompò de sviste.
Il ya des histoires qui ont le couleur des reves. Voilà une de cettes histoires-là.
C'est ça. Et, je pense, elle changera votre vie. [ time, 1:42 ]
“Io non credo forzatamente al matrimonio ma credo nella monogamia. Quando un uomo e una donna si amano si devono fermare a quel punto. Conoscere una persona prende tutta una vita”. Stephen King.
E se lo dice il re dell'horror che l'amore conta, beh, occhio al Liga che, prima o poi, finisce che scriverà una canzone tipo Il lambrusco assassino. Intanto, aspetto di leggere la sua ultima fatica, questa.
Majorana, la fisica quantistica e le ecografie d'autunno
[ racconto in tre (f)atti ]
PRIMO (F)ATTO.
Nella notte fra il 27 e il 28 marzo 1938 Ettore Majorana scomparve. A trentuno anni. Si imbarcò la sera su un traghetto che, da Palermo, avrebbe dovuto portarlo a Napoli. LA mattina dopo nessuno lo vide sbarcare e il suo corpo non è stato mai ritrovato. Oggi un altro fisico, Oleg Zaslavskii, propone la sua ipotesi: Majorana si sarebbe auto-inviato in mondi paralleli.
SECONDO (F)ATTO.
Nella notte fra il 12 e il 13 ottobre 20o6 un team internazionale di scienziati ha realizzato la prima reazione chimica fra materia e antimateria, evento che ha portato alla formazione della particella di nome protonio, costituita da uno ione di idrogeno e da uno di anti-idrogeno, cioè da un protone e da un antiprotone. Ciò vuol dire che è stata scoperta la ricetta per 'unire' materia e antimateria.
TERZO (F)ATTO.
Nella notte fra il 14 e il 15 ottobre 2006 un amico, né scienziato, né fisico, mi dice: "Caspita, ics in un anno ha conosciuto ipsilon, s'è sposata e ha già una figlia di quasi tre mesi". E su questo pensiero fatto parola ci beve sopra un pò di caipirinha. "Dunque, la prima ecografia l'ha fatta quasi un anno fa". Altro sorso. "E io non so nemmeno se doppia w vorrà venire a convivere.. cazzo, mai una certezza".
Allora rimetto insieme alcuni pezzi sparsi nel mio encefalo e tiro fuori dal primo (f)atto una considerazione: che Majorana sia vivo morto o in un'altra dimensione (o identità) non conta. Ciò che conta è che ci abbia voluto far sapere che il mondo è caso e probabilità. Come per l'esperimento del "Gatto di Schroedinger", fino a quando non osserviamo un evento (come il gatto chiuso in una stanza con un atomo radioattivo che, se decaduto, libererà un veleno e lo ucciderà), e cioè, fino a quando non sapremo come stanno le cose, ci sarà solo una sovrapposizione di stati vivo/morto. Insomma, è probabile che il gatto sia morto ma non è certo. Perché è probabile che l'atomo finirà per decadere, ma non sappiamo quando.
C'è poi un'interpretazione della meccanica quantistica che sostiene che ogni possibilità si verifica, ma in mondi diversi. Dunque, ci sarà un mondo in cui il gatto è vivo e uno in cui è morto. Ma questa è un'altra storia. A quel punto, dopo la terza caipirinha, mi viene in mente il secondo (f)atto. Ovvero, materia e antimatetia. Si/no. Vivo/morto. Positivo/negativo. Acceso/spento. Uno/zero. Ligabue/Vasco. Beatles/Rolling Stones. Amore/non amore.
E al mio amico l'ho detta semplice semplice col terzo (f)atto. "Fino a quando non saprai come stanno le cose, sarà solo paranoia.. quindi, tu proponi e aspetta una risposta". Un sorso ancora. "E' probabile che dica sì.. ma non è certo. Perché, come per gli atomi, io posso prevedere che, dopo un anno, su 100 atomi radioattivi 50 saranno decaduti. Ma non so quando un singolo atomo decadrà". Ammetto di averlo visto un pò sperduto. "Dai, magari ti dice sì", ho tagliato corto.
Poi torno a casa in scooter e sulla panoramica, che per i non romani è strada in salita (o discesa, dipende) con curve e spartitraffico, chiamata anche Viale Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che collega piazzale Clodio a via Trionfale alta, qualche metro s.l.m., insomma, sulla panoramica, su un muro della panoramica, vernice bianca su cemento, trovo la risposta, quello che avrei dovuto e voluto dire per cancellare tutte le insidie della ricerca di una certezza. La più bella frase d'amore degli ultimi mesi.
QUANDO IL MONDO PRECIPITA, ALLORA CI SPOSTIAMO.
ti amo.
Perché è quando le cose accadono, e io le vedo e so come stanno, che conta. Prima è solo probabilità. Dopo è già caso. E' nel mezzo che c'è la vita. Ecco i tre (f)atti e la mia discutibilisima visione del mondo.
Meno male, c'è ancora caipirinha.
Dopo aver letto La schiuma dei giorni sono ancora e sempre di più convinto dell'inevitabilità di vivere con tutto il dramma e la meraviglia che la vita si porta dietro.
Come dice Pennac nella conversazione in postfazione "la storia è una storia terribile, e quando la lessi mi sembrò stupefacente che uno scrittore riuscisse a utilizzare così bene la poesia e la leggerezza del meraviglioso per raccontare una vicenda assolutamente tragica".
Perché, in fondo, "nonostante l'orizzonte chiuso del romanzo, la forza e la presenza dei due protagonisti innamorati riscattano la storia, indicandoci che la vita vale comunque la pena di essere vissuta". Anche se tutto è perituro, ma ci imponiamo di non pensarlo, anche se tutto ciò che inizia ha una fine, e non vogliamo accettarlo, anche se continuiamo a raccontarcela per trovare una giustificazione che potrebbe non essere ciò che vorremmo.
L'amore non salva le persone dal proprio destino, ma salva la loro esistenza nel momento in cui esistono.

Prendermi sul serio*? No.. non voglio proprio. E, così, per fare da contrappeso alla faccia da piacione serioso della foto del blog, pubblico un puzzle dei video che questa estate abbiamo girato con le digitali da combattimento. Ecco, diciamo che se la vita è una combattuta voglia di fottere il destino avverso, contro il quale non si deve mollare mai, ho capito che ci sono occasioni in cui, invece, mollare deve essere l'imperativo. Beh, questo filmato è una di quelle. [ time 3:17 ]
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* che la cosmetico sennò se preoccupa!
Voto: 6.7
Esaltante e macabro. Ma anche dispersivo. Esaltante è pensare che sia possibile essere vicini al genio con tanta scelleratezza, nonostante un dono: essere in grado di riconoscere e classificare tutti gli odori possibili. Esaltante è immaginare la possibilità di ottenere un eau de peau. Sul dispersivo, lascio a voi l'interpretazione a visione fatta.
In Italia è diventato "Storia di un assassino". Ma il teaser non dovrebbe essere così smaccatamente thriller, secondo me. E' soprattutto l'esperienza della violenza ad essere al centro del film. La violenza di una Parigi (ma poteva essere una metropoli qualsiasi) del XVIII secolo, la gogna pubblica e l'esaltazione nei confronti di un capro espiatorio che non riesco a definire semplicemente assassino.
E molto altro che ha a che fare con invidia, odio, vendetta ed esclusione. Sentimenti che "hanno una comune matrice sociale nel desiderio", come si può leggere in Renè Girard, La matrice sociale della violenza. L'uomo girardiano agisce sempre desiderando di essere un altro, che è ad un tempo il modello e il rivale: ecco il fuoco dell'invidia, ecco le prime micce della violenza*.
Anche contro se stessi.
Click, luce. Sala vuota.
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*grazie emmecì, per la dritta sociologica.
Voto: 7.6
Un film per portatori sani di moralità elastica. La storia di un avvocato del diav0lo senza laurea in giurisprudenza, Nick Naylor, portavoce e vicedirettore dell'Accademia degli studi sul tabacco la cui mission è prendere le difese delle multinazionali. Il mefistofele yuppie che stravolge i punti di vista e capovolge il senso della realtà, senza mistificarla. Lui, la filtra.
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Tratto dal romanzo di Christopher Buckley, TYFS è un film spietato. Ma, come sempre, dietro l'apparenza del visibile emerge la violenta satira che combatte contro quello che racconta.
Da vedere.
Postfazione di un viaggio.
Non voglio la cosa più bella, né la migliore, né quella perfetta.
Io voglio ciò che voglio. E lei lo sa. Con un cuore fatto con marmellata di fragole.
Questa, la premessa per un racconto.
Il racconto di tre giorni a San Vito Lo Capo e il suo cous cous festival, del bagno in un'acqua sfumata dall'azzurro al blu pervinca, incantevole seppure solo 1/16esimo di quella che è stata altre volte, del concerto degli Avion Travel e poi Trapani e la sua notte Bianca, con il pezzo live dei Led Zeppelin in via Garibaldi e poi due ore a ballare mettendo in mezzo i passanti storditi da tanta confidenza, e le andate e i ritorni in bicicletta e poi spritz, nero d'avola, cabernet, rhum e coca, pampero on the rocks, la spaghetteria de er tartaruga che ci ha fatto dei primi piatti spettacolari, romano trapiantato da tre anni in terra siciliana. Poi la stanchezza, le quattro ore a notte che non vorresti dormire e starsene seduti alle quattro di mattina su un marciapiede. Prima di un giorno che ti ha portato quel tramonto che stai aspettando di rivedere impresso sulla tua pellicola.
Tutto questo è accaduto.
Tutto questo doveva accadere.
Nonostante il volo cancellato venerdì mattina, all'ultimo momento, per nebbia. Nebbia? A Roma? C'era il sole dalle 9.40 e quelli mi cancellano il volo alle 9.20? Quello che c'è stato dietro questa decisione ancora mi sfugge. Poi mi fanno mettere in lista d'attesa, e con me le altre 180 persone del volo AZ1777, ma so che non mi conviene aspettare la grazia dal cielo. Perché siamo troppi, molti incazzati, altrettanti decisi a calpestarti pur di passare prima di te. Torno al piano dei check-in e decido. Un altro biglietto, per forza. Abbandono il volo Alitalia e compro una sola andata AirOne. Che io voglio andare, poi si vedrà.
Fatto. Sembra tutto apposto. Cerco una hostess di terra della nostra compagnia di bandiera (che stava abbandonandoci al nostro destino) e butto là una considerazione. Senta, ma se non dicessi nulla e partissi in qualche modo, il mio bagaglio ci arriverebbe lo stesso a Palermo con il primo volo utile? Sì, mi fa lei, le valigie sono state automaticamente trasferite sul primo volo per Palermo, quindi dovrebbe trovarla là. Al massimo, quando arriva e non la trova, fa la denuncia.
Così me ne strafrego del trolley già imbarcato con gli altri, se arriva arriva, mi dico, e dopo i controlli mi infilo al gate AirOne. Sono le 11.54, partirò alle 12.20. Ce l'ho fatta.
Ma.
C'è un altro ma. In questo trambusto di un venerdì mattina di voglia di andare, imprevisti da strappare via e forza di reagire, potevo non dimenticare qualcosa? Ho comprato sì un nuovo biglietto ma, ecco, la seconda volta ho dimenticato di fare il check-in con AirOne. Sto al gate, insomma, a dieci metri dal corridoio che mi infilerebbe nella carlinga di un aereo che mi porterebbe a Palermo, quando la tizia mi fa... scusi, questo è il suo biglietto, ma il check-in, l'ha fatto?
Noooooooooo.
Sbiancato. Poi faccia tosta, sperando che potesse servire a qualcosa. Guardi, col caos dei voli annullati questa mattina, la signorina in biglietteria mi ha detto di venire direttamente qua. Che poi, mi sono chiesto, perché ai controlli del metal detector nessuno mi ha detto niente, visto che avevo il biglietto ma non la carta di imbarco? Sì, mattinata assurda. Devo aspettare che tutti salgano, sperare che non sia pieno e... mentre mi metto da parte, mi si affianca una bionda che mi sembra di conoscere... ci penso, lei si gira, mi sorride, dico, sarà lei... ma tu sei la ragazza di F.? Ti ricordi? La finale dei mondiali a casa di... non finisco la frase, lei sbianca. Fa un breve sì con la testa, poi no, diventa rossa, si guarda dietro e davanti, sgrana gli occhi e si sbriga ad entrare. C'era uno con lei, ma che ne sapevo? Però poi dentro l'ho vista parlare con una tipa e quello non c'era più. Insomma, non so cosa ho combinato. E a sto punto non so più nemmeno se quella era lei davvero.
Intanto sono tutti entrati. Sembra esserci ancora qualche poltrona... cazzo, sì!! Via... check-in sul posto e dentro. Si parte, ore 12.40. Palermo mi vede atterrare meno di un'ora dopo. La mia emmecì mi aspetta fuori, la vedo, esco, la bacio, assurdo, felice, leggero, casino, bagaglio. Bagaglio? Giusto! Rientro, vado a fare la denuncia al desk Alitalia, consegnando il tag del bagaglio e dicendo testuali parole.
Dunque, questo è il numero del bagaglio che ho perso, che doveva arrivare qui sul volo Alitalia di questa mattina che non è partito e che è stato sostutuito. Ma io non ero su quel volo, c'era solo il mio trolley. Io sono venuto giù con AirOne, ma senza fare il check-in, quindi, in realtà, forse non risulto neanche su quel volo. Che si fa?
Finisco la frase, guardo per istinto il nastro dei bagagli che girava piano e credo immediatamente ai miei occhi. Il mio trolley sta girando là, solo e colorato. Con un giorno così, non poteva che accadere di tutto. Anche questo.

Ci sono isole che devi lasciare immediatamente, o non tornerai più indietro.
Ci sono luoghi in cui non ti basterà andare via, per dimenticare.
E poi, beh, poi ci siamo noi.
[ 3 minuti, 3 secondi ]