domenica, 24 dicembre 2006, ore 19:35
è questione di questa vita

Non ho una bella voce, ma quando canto ce la metto tutta.
Potrei ballare l'house la domenica di Natale.
Sentirmi piccolo, sotto un trapezio sospeso in un circo in riva al mare.
Volermi arrampicare.
Essere il direttore di un orchestra di coniglietti a molla.
Sudare sette camicie.
Non trovare le parole, pur volendole a tutti i costi.
Ridere.
Respirare.

E decidere.

Quando non mi rinnoveranno il contratto tornerò a fare il DJ
                                                                                                          Per forza.

Amo certe allucinazioni acustiche. Non le capisco ma le amo, in fondo.

Intanto, passo di qui e prendo la mia pausa, anche se siamo a meno 7.
           Ho una bella croce: che quando decido, di solito, mi contraddico.

                                                                                                         Però, non si sa mai.

Uscire dal blog.
Entrare nella vita.

Ciao.

 

 Ve la dedico.


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domenica, 17 dicembre 2006, ore 20:22
è questione di mani

Esse. 

C'era un pregiudicato. Uno che è stato compromesso prima, condannato poi. Lo è diventato, perché è stato spregiudicato nella sua ostentata e assoluta indipendenza di modi e atteggiamenti, privo di scrupoli. Il paese non ci crede, csconcerto, turbamento, profondo disorientamento. Perché s'è spezzato quel comune accordo su cosa pensava di lui la gente. Proprio durante il concerto in piazza, era Mozart. La composizione musicale inquinata da un colpo di pistola. Come una gran cassa fuoritempo e battuta dall'odio. Un passo dopo l'altro, e un altro, un altro. Più si avvicinava, più lo spasso stava sfumando. Tranquillo, comunque. Fermo, risoluto. Fumando l'ultima Pall Mall. Mentre il violoncellista perdeva il respiro.

E lui tirava, forte.

Soffiava, forte.

Aspettava.

Forse.

Sì.

Forse sì.

Aspettava che esse arrivassero.
O, magari, che esse non fossero.

ps. meno 14


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giovedì, 14 dicembre 2006, ore 13:43
è questione di mani

Cuore di Cactus

Jackie, ecco qua giò. Come vedi sta bene, me ne prendo cura ogni giovedì da quando me l'hai regalato per l'inaugurazione della casa e la festa di benvenuta per la mia emmecì. Sì, non è che sia così dispendioso avere cura di un cactus, ma lo tengo sotto controllo. Credo che apprezzi il caffé, o almeno quel pò che avanza dalla mattina. Che, l'ultimo giovedì, stava come sempre nel lavandino della cucina a ciucciarsi la sua dose di acqua e sotto di lui c'era l'arabico fatto un'ora prima a scivolare via. Beh, la sera l'ho trovato meglio, visto che il giovedì prima m'ero dimenticato di farlo bere. Era più pungente, c'ho infilato l'indice per provarlo. Poi gli ho fatto gocciare dentro anche il mio sangue. Così, per non ciucciarlo io come al solito.

Solo che ora, credo, mi sta diventando vampiro. La notte è sveglio, di giorno dorme. Non posso usare l'aglio e ogni volta che mi vede entrare in bagno con un paletto di legno sobbalza. Per questo motivo non so se riuscirò mai a fargli fare amicizia con la nana da giardino; lei compra paletti ogni giorno per costruire piccozze e andar andar, andar a lavorar. Ad ogni modo sto tentando di fissargli un appuntamento con il tulipano rosso della signora di fronte. Mi fido dei desideri. Ancora, nonostante.

E' lui che me lo chiede mentre mi dice non pensare che potrei ferire il petalo del tulipano, ma fidati dell'impossibile: un cuore di cactus con le spine sa essere delicato.

ps. meno 17


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giovedì, 07 dicembre 2006, ore 19:14
è questione di timpano

Tra alleviare il dolore e combatterne le cause profonde, so cosa volere. C'è chi sceglie ancora la strada più facile, certo. Ci sarà sempre. Il primo passo da fare? Non negare l'esistenza di un problema solo per paura di affrontarlo: insomma, open your eyes (Guano Apes).

Servirebbe il bisturi e invece continuiamo a curarci con le aspirine, citando Montanelli. Poi leggo che Gianfranco Fini è «contrario all'eutanasia: la vita non è nella disponibilità di un uomo». Ma come? Nella Casa delle libertà non si può liberamente dire basta?

Basta, che parola liberatoria. Che quando hai dato, devi andare e fare posto. In vite mediane, che niente hanno a che fare con la media nazionale. Quanto mi piaceva calcolarla al liceo, la mediana. E quanto mi piace immaginare uno stop. Sospendere. Fermare.

Se il lavoro ci vuole instancabili, le relazioni con gli altri appuntamentabili e il cellulare reperibili, tutto finisce con il prendere possesso di noi. Noi, che di noi stessi nemmeno abbiamo il possesso. Chiedere ai disturbati da attacchi di panico. Dico.

Questo blog potrebbe non autodistruggersi tra 24 giorni. Può essere che, allora, ci penserò io a staccare la spina. E chiamatemi omicida, se pensate. Ma qui è solo volere qualcosa di nuovo perché ci sia un senso. Anzi, un altro senso. Meglio, un senso altro.

Insomma, meno 24.


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sabato, 02 dicembre 2006, ore 14:34
è questione di occhi

Voto: 7.3

Un padre che vuole insegnare a non essere perdente con i suoi corsi di autostima, senza accorgersi della propria frustrazione latente, una madre insoddisfatta del marito, uno zio che ha cercato di suicidarsi, un nonno che pippa cocaina, un fratello che non parla da 9 mesi come prova di volontà fino a quando non entrerà in accademia aeronautica, mentre legge Nietzsche e poi lei, Olive (ditemi, non è stupenda?), che parteciperà al concorso di Piccola Miss California per essere come Miss America.

Storia di un viaggio in autostrada - sì, d'accordo, il più classico dei cliché 'on the road', ma stavolta con una pura follia da bambina, qualcosa tra Fandango e Thelma e Louise - che apre alla scoperta dei membri di una famiglia in un pulmino Wolksvagen (alias Volkswagen) senza marce, fra riviste porno, desideri, blocchi notes e le pagine di Così parlò Zarathustra.

Perché, in fondo, tutti facciamo finta di essere normali.                           ps. c'eranompò de sviste.


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venerdì, 01 dicembre 2006, ore 14:15
è questione di respiro

Morirò, per fortuna.

Sulla sua tomba, Walter Chiari ha fatto incidere Amici non piangete, è soltanto sonno arretrato. E ieri sera mio padre ha ripetuto, anche se scherzando, che al suo funerale vorrebbe un coro gospel. Sulla mia lapide, credo, mi piacerebbe scriverci A presto!. Ci sto pensando da un pò, magari cambio idea. Non so.

So che però morirò, per fortuna.

Così la mia vanità tornerà là da dov'è venuta, e se ne vada all'inferno. La mia insoddisfazione si farà cenere e le mie paure vuoto. Ma un vuoto che non farà più paura. Che poi, tutto va bene. Tutto, da fuori, è una vita regolare. Solo che dentro, il mio cervello, alle volte è proprio un'orgia. I pensieri si fottono a vicenda e tutto cambia troppo. Non lo so se questo vuol dire che potrei essere un bipolare o solo un narcisista del cazzo.

Sono passati almeno venti anni dalle volte in cui, in piena notte o dopo un pezzo di pane e nutella da mia nonna, senza motivo, ero scaraventato all'improvviso in un panico incontrollabile. E piangevo, e dicevo non voglio morire, e me la gridavo in faccia, quelal parola, morireeeee, guardandomi allo specchio, quasi deformato da una disperazione che non capivo.

Alla fine, neanche oggi la capisco. Ma almeno  ho rivoluzionato la visione della cosa. Insomma, semplicemente penso che morirò, per fortuna. Senza fretta, d'accordo. Ma almeno so che un giorno ne uscirò.


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